In brodo di giuggiole
In brodo di giuggiole, storto, ma in gamba come una colonna palladiana.
Frutto delle mie terre, la giuggiola è il regalo dell'autunno che fa sempre sorridere i bambini - e me. Sarà il nome, la dolcezza, o il fatto che riempire un cestino con le gemme preziose del giuggiolo è divertente. Nei primi pomeriggi dorati d'autunno, le giuggiole si fanno cogliere facilmente, i bambini ne mangiano a manciate e gli adulti ne stappano la memoria. Anche solo pronunciare la parola G-I-U-G-G-I-O-L-A fa venire voglia di colli euganei.
Persino io che preferisco il mare ed il clima secco, mi preparo alle leccornie di Arquà. Così, in un sorso di liquore antico, che sui colli veneti ha sempre un'aura di medicamento miracoloso e spirituale come 24 gradi d’indulgenza papale, mi ritrovo poco più in là, scivolando con Palladio lungo la Riviera del Brenta per arrotolare la farina morbida dei molini di Dolo nella maniera più irripetibile e "storta" che posso. Un virtuosismo di creatività palladiana, ovvero la dolcezza della mia serata ottobrina mentre la foschia si leva dalla laguna ai frutteti, dai canali alle vigne.
Nella mia ricetta, due tradizioni antiche incontrano una cartolina tropicale, perchè si sa, sono veneta, viaggiatrice e navigando sui fiumi giungo sempre al mare aperto.
Come me, la giuggiola ha visto il mondo. Dalla Cina alla Persia, dalle narrative di Omero alla cucina coreana, dalla Somalia all'India. In una passeggiata a fior di tacco come insegna il sampietrino, mi godo un gelato esotico e caldo di fornace e chiacchiero d'amore con le stelle che hanno alimentato il fuoco del piacere:
"E tutto è detto"
In the Autumn issue of Taralli Magazine.
Photo, courtesy of Choose Your Stories